Alcuni tratti della critica a Deleuze

Leggere ancora Deleuze, oggi, comporta una fatica critica non indifferente. Se si escludono i contributi universitari, quasi sempre risibili, e gli echi ripetitivi della sloganistica politica, l’intelligenza e la genialità del suo pensiero è evidente. Il mio stupore deriva dal constatare come questa genialità si accompagni, fin quasi a rimanerne sommersa, al luogo comune politico e a una sorta di ansia realizzatrice che risulta, per la sua banalità, un che di posticcio in relazione alla complessità del suo pensiero.

I critici, così come i suoi seguaci, per motivi opposti, si sottomettono volentieri a questo effetto – che è fondamentalmente autoritativo – e giocano le loro carte di rimessa.

In sostanza: la critica cade più che facilmente nella dimensione reattiva e finisce per concedere un vantaggio non indifferente al criticato. Da questo punto di vista i francesi di quella generazione sono stati dei veri furboni. Ed è per questo che non si sono mai avventurati in riflessioni sull’egemonia culturale! Hanno lasciato a quegli ingenuotti degli italiani, cafonissimi, la formulazione di un concetto che loro si sono accontentati (si fa per dire) di applicare. Per non parlare degli americani che la pozione magica se la son bevuta tutta di un fiato e ancora non l’hanno digerita.

Ma la critica è ancora tutta da fare!

Deleuze e qualche recente inedito

Sul quotidiano “Avvenire” del 3 settembre 2021 la mia recensione di inediti, lettere e testi giovanili apparsi per i tipi di Giometti & Antonello di Macerata (Lettere e altri testi, a cura di David Lapoujade, traduzione di Andrea Franzoni).

Qui il pdf dell’articolo:

E a proposito di inediti, accosterei, a completamento o meglio a precisazione della osservazioni che muovo alla impostazione deleuziana, le quattro conversazioni apparse per i tipi di Medusa nel 2017 con il titolo La fine degli intellettuali, con l’introduzione di Roberto Peverelli e la traduzione di Luana Salvarani.

Commentando Peter Brown [3]

Dagli elementi finora descritti dello studio di Brown è possibile trarre alcune conclusioni.

Innanzitutto che la questione dei “poveri” è presente in tutta la predicazione cristiana. Evangelica prima, apostolica e via via su, fino al primo cristallizzarsi politico-sociale del cristianesimo nella fase post-costantiniana. Ma questo non vuol dire che sia caratterizzata da un’unica soluzione. O meglio, le diversità di atteggiamento che il cristianesimo via via adotterà nei confronti del significato della ricchezza e della povertà, pur sforzandosi di rimanere nell’area semantica dei versetti evangelici ricordati nel mio primo post sul libro di Peter Brown, subiranno notevoli variazioni.

Quello che è consentito per ora affermare è che la salvezza promessa da Cristo per un ricco è difficile eppure non impossibile. Passare la cruna dell’ago è un compito realizzabile facendosi poveri. Ma cosa significa davvero “farsi poveri”? Buttar via i patrimoni? O farli gestire da altri conservandoli e mettendoli in valore in quella banca dell’anima che è l’aldilà?

Il solo porsi di queste domande obbliga al confronto con la modernità. Quest’ultima è attenta ai meccanismi di riproduzione della povertà come condizione che merita il superamento. La carità cristiana, nella misura in cui è incapace di incidere nei meccanismi di formazione della povertà e abolirli, è sterilmente ipocrita.

Aggiornamenti sullo stato di questo blog

Con la pubblicazione dei quattro che precedono questo post, apparsi sull’omonimo tumblr, riunifico sotto uno stesso titolo i blog. Il tempo si restringe e gli sforzi vanno razionalizzati. Il senso della mia ricerca, spesso sporadica e distribuita su diversi strumenti, ha bisogno vitale di concentrarsi e sintetizzarsi. Potrebbe migliorarsi o, caso molto più probabile, affannarsi di meno e così, forse, esercitare un maggior rigore.