Commentando Peter Brown [3]

Dagli elementi finora descritti dello studio di Brown è possibile trarre alcune conclusioni.

Innanzitutto che la questione dei “poveri” è presente in tutta la predicazione cristiana. Evangelica prima, apostolica e via via su, fino al primo cristallizzarsi politico-sociale del cristianesimo nella fase post-costantiniana. Ma questo non vuol dire che sia caratterizzata da un’unica soluzione. O meglio, le diversità di atteggiamento che il cristianesimo via via adotterà nei confronti del significato della ricchezza e della povertà, pur sforzandosi di rimanere nell’area semantica dei versetti evangelici ricordati nel mio primo post sul libro di Peter Brown, subiranno notevoli variazioni.

Quello che è consentito per ora affermare è che la salvezza promessa da Cristo per un ricco è difficile eppure non impossibile. Passare la cruna dell’ago è un compito realizzabile facendosi poveri. Ma cosa significa davvero “farsi poveri”? Buttar via i patrimoni? O farli gestire da altri conservandoli e mettendoli in valore in quella banca dell’anima che è l’aldilà?

Il solo porsi di queste domande obbliga al confronto con la modernità. Quest’ultima è attenta ai meccanismi di riproduzione della povertà come condizione che merita il superamento. La carità cristiana, nella misura in cui è incapace di incidere nei meccanismi di formazione della povertà e abolirli, è sterilmente ipocrita.

Aggiornamenti sullo stato di questo blog

Con la pubblicazione dei quattro che precedono questo post, apparsi sull’omonimo tumblr, riunifico sotto uno stesso titolo i blog. Il tempo si restringe e gli sforzi vanno razionalizzati. Il senso della mia ricerca, spesso sporadica e distribuita su diversi strumenti, ha bisogno vitale di concentrarsi e sintetizzarsi. Potrebbe migliorarsi o, caso molto più probabile, affannarsi di meno e così, forse, esercitare un maggior rigore.

Di cosa stiamo parlando [gennaio 2021]

Spiace, ma fino a un certo punto, che ciò che resta della politica di sinistra non abbia capito cosa bolle nella pentola dello scontro tra le due Americhe. È la Politica. «Politica e democrazia – come dice Pietro De Marco – sono più delle “regole democratiche”. Per parte degli USA il mondo liberal è ormai il Nemico. Sono state superate soglie, di valore e di ragione. Che sia Trump ad interpretare il “non più oltre” ha molte controindicazioni, come per analoghi problemi europei il fatto che vengano rappresentati da Orban ecc. Ma la soglia critica è rivelata del ritorno del Politico come conflitto».

Le polemiche italiche, tutta roba di seconda terza mano, di livello non infimo… inesistente, si attestano sulla dimensione riduttiva della democrazia intesa come mera procedura. La confondono, interessatamente, con la sostanza stessa della democrazia. Ma anche rimanendo sullo stesso piano credo che una delle rotture più clamorose si ebbe quando in occasione di uno dei discorsi di Trump sullo stato della nazione, Nancy Pelosi strappò alle spalle del “suo” presidente il suo discorso. Era un atto che rompeva con ogni protocollo istituzionale e segnava il punto di non ritorno della dialettica tra poteri dello stato federale americano. La delegittimazione del presidente eletto, posso sbagliarmi, ma parte da questa rottura. Che Trump restituisca l’affronto facendo leva su quella parte del popolo che lo sostiene è in certo qual modo naturale. Nei suoi modi testimonia che si è andati oltre. Che questa sia la Politica, il Politico è cosa altrettanto certa. La cosa più temibile, per le attuali conformazioni rappresentative di ciò che resta degli stati occidentali, è il richiamo o l’eco di un richiamo alla possibilità di riaprire i processi di costituzionalizzazione che nei secoli passati, dalle rivoluzioni in poi hanno segnato la storia dell’Occidente.

I segni di una insuperabile stasi sono preponderanti e generalizzati a fronte dei mutamenti profondi che lo spazio politico e quello antropologico sta subendo a opera dei veri poteri in atto, questi sì non costituzionalizzabili e, ciò che è peggio, che non vogliono farsi costituzionalizzare, riconducibili al complesso finanziario-tecno-scientifico. Su questa frontiera non c’è alcuno spazio politico e questo determina l’infantilismo e anche la regressività dei tentativi, per lo più inconsapevoli, di ricrearlo riportando a casa ciò che è irrimediabilmente sfuggito al potere della rappresentanza democratica. Quindi come al solito la sinistra perde l’occasione di discernere e lo fa senza neppure riflettere con gli strumenti teorici che storicamente si è data. È l’anno zero della sinistra in tutte le sue forme e declinazioni. Una cecità così radicata è solo il segno dell’asservimento.

Chiacchiere e distintivi democratici

Credo ci siano poche cose pateticamente sgradevoli come la preoccupazione della sinistra italica per le sorti della democrazia americana. Dalla fine della guerra non ci sono state nefandezze, complotti contro la democrazia, ingerenze indebite, strategie della tensione, alleanze con le mafie, razzismo, dumping commerciali, forsennata accumulazione capitalistica, prevalenza del capitale finanziario sul capitale produttivo, sfrenato consumismo, concorrenza, neoliberismo, neocolonialismo, strutturale ingiustizia sociale, appoggio alle dittature di tutto il mondo, servizi segreti deviati, stragi, Ustica, basi militari con bombe atomiche non dichiarate, Gladio, che non siano stati imputati alla cosiddetta – sempre cosiddetta, mai effettiva – democrazia americana e oggi chiamano i gonzi a preoccuparsi per le sorti, mai così solide, della medesima. Oddio… solide… perfettamente in linea con le conseguenze di nefandezze, complotti… e via di seguito con l’elenco di cui sopra da pronunciarsi a ritroso… Inascoltabili. Ce l’hanno su con uno che nella sua enorme rozzezza, con la sua pappagorgia e l’attenzione spiritata alla sua ricchezza rimane il più fedele, e quindi ingenuamente credulone, a ciò che è lo spirito profondo degli Stati Uniti. Il resto, democratico, è orpello sovrastrutturale, chiacchiere e distintivo, Hollywood, finzione, raccontini, serie televisive, Disney channel, Netflix, Google, Facebook, CocaCola e Sprite!

[post pubblicato il 7 gennaio 2021]

In morte di una spia

«Noi che viviamo in questo scorcio del XX secolo non siamo abbastanza maturi per poter costruire una società comunista».

Così sembra si sia espresso George Blake, la spia inglese passata al servizio dell’URSS, secondo Paolo Valentino sul “Corriere della sera”, e ora passata a miglior vita.

Avrebbe meglio detto che sono i nostri sogni a non essere all’altezza della nostra umanità. Singolare il rapporto tra i sogni e la realtà dell’uomo nella cultura occidentale. Se è dal 1900 che Freud ha fatto di tutto per dimostrarci come essi dipendano dai sommovimenti più bassi del nostro essere, per non so quale fraintendimento tutti credono, passato più di un secolo, che sia il contrario e che i sogni siano una leva straordinaria per migliorarci. Piuttosto vero il contrario. Il sogno è il passato, si sogna ciò che si è vissuto… male. Applicato al futuro o, meglio ancora, all’avvenire – che è cosa diversa dal futuro – il sogno alimenta un controsenso perché ipoteca il peggio di noi, e lo condanna alla ripetizione di ciò che è già avvenuto non certo al suo superamento. Il sogno non garantisce, a dispetto della sua apparente libertà – equivoco dei surrealisti –, alcun rinnovamento, alcuna novità.

[post del 7 gennaio 2021]