Una riflessione politica

La devo a Carlo Gambescia, sensibile e appassionato osservatore della discussione politica e sociale, oltre che attentissimo ai risvolti di lungo periodo della nostra realtà. Ieri ho replicato sul suo profilo facebook a un intervento sul suo blog, in qualche modo vandalizzandolo con tre post logorroici. Provo a riproporli.

Gambescia richiamava la battaglia di Breitenfeld, prodromica alla pace di Westfalia, dove si   posero le basi di quei rapporti di forza che garantirono la pace religiosa tra cattolici e protestanti. Non ho le competenze per ricostruire gli eventi, né tantomeno il loro significato completo. Non ho però difficoltà ad accettare la chiusa proposta da Gambescia: «nel 1831  venne eretto un monumento  alla “Libertà di pensiero per tutto il mondo” (Glaubens-Freiheit / für die Welt). I protestanti, difesero la libertà  con le armi,  anche per i cattolici.  E noi dobbiamo difenderla, con le armi, anche  per i musulmani».

Il mio è un pessimismo assoluto quanto alla possibilità di una battaglia analoga. Oggi non c’è rinuncia alla quale l’Europa non abbia prestato la sua voce rauca e spenta. Come si può ingaggiare battaglie in queste condizioni?

Gli ordini che si confrontavano negli anni richiamati da Gambescia erano consolidati da una storia centenaria; ordini ecclesiali, politico-ecclesiali; strutture giuridiche ereditate vuoi dell’impero romano, vuoi dalle porosità dei confini stessi tra Occidente e Oriente con distinzioni che per quanto portatrici di conflitti conservavano in sé almeno la memoria di come superarsi ed evolversi in direzione della pace.

Ma oggi, oggi, cosa può lontanamente aspirare a qualcosa di simile a un confronto che si traduca anche in scontro, ma pur sempre tra ordini di pensiero, di istituti, di strutture, anche antropologiche? C’è un’unificazione europea che in una situazione più simile a quella di Alice nel paese delle meraviglie accetta un’unica moneta in regimi fiscali diversi che è come dire di avanzare come i gamberi andando all’indietro.

C’è l’affermazione, retorica, che non si può ritornare alla sovranità nazionale come se la nuova sovranità non fosse frutto della cessione di parte di quella stessa che pur continua ad esistere con l’effetto, nocivo, di moltiplicare le sovranità a cui il cittadino deve rendere conto.

Dal mio punto di vista sovranissimo, nel senso del territorio che mi compete, la mia scrivania, questa è mera e semplice follia. Che poi la si voglia far passare per saggezza dei tempi, va bene, chi sono io per giudicare?

Ecco da dove deriva la fiacchezza delle istituzioni comunitarie e quindi la loro impotenza di fronte agli attacchi che vengono dall’esterno. Perché nel momento in cui si costituisce una nuova unità giuridica si costituisce al pari un interno e un esterno; soglie e confini da attraversare, superare e modificare se possibile, ma pur sempre delimitazioni, tracce per possibili percorsi, orientati e localizzabili. Non un territorio informe nel quale permettere la messa a dimora di altri diritti, di altre configurazioni. La presenza sul territorio inglese di giurisdizioni, per quanto limitate territorialmente, che attingono alla sharia non è un fatto inquietante, è, di più, un evento che rivela la fragilità e la mancanza di fondamento dell’unione europea così come la si è impostata. E infatti i cittadini inglesi se ne sono andati, pur non avendo ancora messo mano alla questione, gravata com’è dalla propensione talassocratica dell’Inghilterra e quindi ad agire nel senso dell’affermazione di un diritto senza territorio ben rappresentato dalla mobilità finanziaria, oggi sostituto degno della vecchia mobilità senza confini della navigazione di un tempo.

Se si difende una faccenda come l’Europa attuale, vale a dire una moneta e poco altro, dove, solo per fare un esempio, il diritto prevalente è di tipo privatistico, vale a dire la libertà di commercio a cui in definitiva si riducono anche gli altri (con una declinazione dei diritti umani altrettanto piegata sulla dimensione economicistica), appiattendo il tutto sulla sfera dalla circolazione delle merci e degli uomini che alla circolazione delle merci sono legati per la sopravvivenza e il benessere, come si fa a contrastare una cosa come l’islam che si muove con un diritto diverso?

Il rischio non è solo che non si darà alcuna battaglia per la libertà dell’islam, come auspica Gambescia, ma che, al contrario, nel garantire la libertà dei commerci e delle merci, compresa la merce uomo, perché c’è anche questa, purtroppo, si cederà sovranità al diritto islamico. Si spezzerà, da ultimo, quel legame che, secondo la vulgata liberale, unisce le libertà economiche a quelle personali. Questa unità era già stata messa in discussione dall’illiberale Marx che affermava essere un mero effetto ideologico, e per questo aveva dato inizio a un possente movimento operaio. Oggi, in mancanza di quest’ultimo, la crisi del liberalismo rischia di essere ancora più profonda perché l’economia islamica, già ampiamente presente in Occidente, può completare l’opera che non è riuscita al movimento comunista. Già il fatto stesso che la costituzione di uno Stato come l’Isis contempli l’esportazione della guerra fuori dal perimetro della conquista coinvolgendo altri territori indica la tendenza dell’islam a universalizzarsi, a mimare, in altri termini, lo stesso processo di universalizzazione che il diritto occidentale persegue dai tempi della scoperta dell’America. Processo che unito alla dimensione demografica deficitaria dell’Europa  non induce ad alcun ottimismo.

P.S. Trovo in Teologia politica II. La leggenda della liquidazione di ogni teologia politica di Carl Schmitt la sintesi perfetta del mio discorso (formulato però prima di leggere questa pagina):

Un conflitto è sempre una disputa di organizzazioni e istituzioni nel senso di ordinamenti concreti, una disputa di istanze e non di sostanze. Le sostanze devono prima aver trovato una forma, devono essersi in qualche modo formate, prima di potersi contrapporre l’un l’altra in genere come soggetti capaci di disputa, come parties belligérantes. […] Nel tempo e nella situazione intermedia della “impura commistione” le due parti conflittuali si riconducono reciprocamente ed incessantemente nei limiti della loro facoltà […] [p. 87, Giuffré]

Storia nazionale e storia universale

Intanto la distinzione che leggo è quella di Jacob Burckhardt nelle sue Weltgeschichtliche Betrachtungen (1868-1873), tradotte da Mazzino Montinari per la collana di Giorgio Colli «Enciclopedia di autori classici», come Sullo studio della storia:

Lo studio più autentico della storia nazionale sarà quello che consideri la patria parallelamente e in correlazione con la storia universale e le sue leggi, come parte della grande totalità del mondo, illuminata dalle stesse stelle che hanno rischiarato anche altre epoche e popoli e minacciata dagli stessi precipizi, e destinata a scomparire nella stessa notte eterna e alla stessa continuità nella grande tradizione universale. [p. 27]

Cosa è venuto meno? Cosa si è cancellato definitivamente dal nostro orizzonte, oggi? Cosa è irrecuperabile? Elenco:

  1. la correlazione con le leggi della storia universale, mancando infatti e le leggi e una storia universale cui applicarsi. Leggi, per altro mutevoli, oggi sono imputabili alla sola economia in forma di algoritmi e modellismo matematico;
  2. la totalità del mondo, a dispetto dell’incombere della mondializzazione, è cosa ben diversa da qualsiasi forma di globalizzazione che ne assume una solo in virtù della distruzione di tutte le altre possibili, e senza forma manca la totalità;
  3. la continuità della e nella grande tradizione universale, anch’essa impossibile non solo a realizzarsi ma financo a dirsi. Il mondo oggi manca di una tradizione universale, di più, può definirsi tale, mondo, solo nell’assenza voluta e perseguita di qualsiasi tradizione.

La notte eterna nella quale sono destinate a scomparire le storie locali/nazionali sono senza stelle e minacciate da abissi che non contemplano più alcuna continuità. Questo è il nichilismo di cui Burckhardt aveva solo un tenue sentore, trasferito alla sensibilità di un Nietzsche.

Se vale davvero la considerazione di Colli per il quale «il giudizio sulla vita, e in particolare sulla sua epoca, fu talmente negativo da spegnere in lui ogni sussulto di ribellione», allora Burckhardt è solo nostro fratello.