La rivoluzione non russa (ricordate?)

Mondadori ha rieditato negli Oscar storia la Storia della rivoluzione russa di Lev Trockij.

Un mio elzeviro in omaggio su “Avvenire” del 18 agosto scorso.

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La destra rivoluzionaria e il mito della morte secondo Francesco Germinario

La mia recensione, su «Avvenire» di domenica 29 luglio, al bel libro di Francesco Germinario L’estremo sacrificio e la violenza. Il mito politico della morte nella destra rivoluzionaria del Novecento, Asterios.
Qui l’articolo.

I meriti di questo libro sono molto chiari: descrivere la complessità della cultura della destra rivoluzionaria; la necessità di non ridurla a ciò che viene sintetizzato in virtù e grazie alle necessità contingenti della lotta politica. La varietà dei miti coinvolti e la povertà del pensiero di sinistra quando si tratta di interpretarli è evidente. Prova ne è l’eterno caso Heidegger, nel quale il funzionamento a basso livello della polemica di fronte al riemergere del mito sotto la veste consolidata del tecnicismo filosofico estremamente raffinato di Heidegger prende le strade (cfr. De Monticelli) della vecchia accusa di sofismo. Cosa inadeguata a fornire qualsiasi chiarimento circa l’adesione heideggeriana al nazismo.
Riemerge la sottovalutazione weimeriana della forza del mito politico. La sufficienza con la quale viene relegato nei sottofondi della psiche, col risultato di alimentarne la forza.
Qua e là emerge nel libro di Germinario l’idea che anche il discorso razionale si perverta, in certe occasioni, e chieda di funzionare come mito politico senza esserlo.

Hobbes e un po’ di sovranità

Su Avvenire di oggi la mia recensione sulla riedizione del De Cive, di Thomas Hobbes, per i tipi di Aragno. Su questo libro, se qualcuno lo leggesse davvero, si verrebbe a sapere di alcuni interessanti questioni, come quella della famigerata sovranità. Dice il nostro che due regni, quello di Dio e quello degli uomini, sono troppi. Meglio uno e, guarda caso, quello proprio di coloro che hanno inaugurato la storia con Caino. Quello di Dio essendo troppo elevato e non rispondente alla materialità pesante dei caini. Ma, guarda caso, per esercitare la sua potenza il regno dei caini ha bisogno di modellarsi su quella di Dio. Bestemmia ovvia per qualsiasi ovvia teologia: Caino non può fregiarsi degli attributi della potenza divina. Ma è esattamente quello che Hobbes consiglia al modello di Stato moderno che da allora fino a noi ha funzionato alla perfezione. Oggi funziona meno per il semplice motivo che il pragmatico Hobbes, insieme alla bestemmia teologica, cercava anche di dire che due sovranità sono troppe; cosa di cui si sono dimenticati i moderni caini che, abbandonando il regno di Dio, hanno preso a moltiplicare e a far funzionare allo spasimo tutti gli altri con il risultato di imporre sulla testa dei sudditi una, due, tre sovranità. Anche perché, al di là del proceduralismo democratico che vorrebbe salvare l’apparenza della decisione condivisa (quasi mai ci riesce) la sovranità implica e comporta sempre un sovrano e un suddito.

Lo straordinario calcolo di de Maistre

Una delle tante bizzarrie dell’attualità è la battaglia della sinistra contro il “sovranismo”, economico e politico. La sinistra, qualsiasi cosa indichi questa etichetta, usa argomenti che pescano dal repertorio dottrinale del costituzionalismo classico. Buffo che, in realtà, e con un po’ di cultura che alla sinistra pare non manchi mai ma che in realtà e ciò che ormai meno le appartiene, un divertente argomento contro il sovranismo lo troverebbe dal padre teorico di ogni reazione, Joseph de Maistre, savoiardo. Scrisse, tra le tante altre cose, un testo, De la souveraineté du peuple, largamente incompleto e mai pubblicato, tra il 1793 circa e il 1795. Sono gli anni in cui la pubblicistica francese è zeppa di libelli a favore delle nuove forme di governo che via via si costituzionalizzano nella Francia rivoluzionaria. Costretto all’esilio prima a Losanna e poi a San Pietroburgo de Maistre con Du Pape e le Soirée de Saint-Pétersbourg si guadagnò la fama di campione teorico della reazione.

Nel capitolo I del brogliaccio mai pubblicato, vi è una paginetta esilarante nel quale la perfidia dell’aristocratico sulla pretesa democratica di dare voce al popolo per il tramite della rappresentanza assume i toni della presa in giro. Eccola:

“Il popolo è sovrano” si dice; ma di chi? – Di sé stesso, a quanto pare. Il popolo è quindi soggetto. Vi è qui sicuramente un qualche equivoco, se non un errore, poiché il popolo che comanda non è il popolo che obbedisce. Basta dunque enunciare la proposizione generale: Il popolo è sovrano, per capire che tale proposizione ha bisogno di un commento. […] Il popolo, si dirà, esercita la sovranità per mezzo dei suoi Rappresentanti. Questo è già più chiaro. Il popolo è un sovrano che non può esercitare la sovranità. Soltanto ogni singolo individuo maschio di questo popolo ha il diritto di comandare a suo turno, per un determinato tempo: supponendo, per esempio, venticinque milioni di uomini in Francia e settecento deputati eleggibili ogni due anni, si capisce che se questi venticinque milioni di uomini fossero immortali, e se i deputati fossero nominati a turno, ogni francese si troverebbe periodicamente re ogni tremilacinquecento anni circa. Ma siccome in questo lasso di tempo capita che di tanto in tanto si muoia, e inoltre gli elettori sono padroni di scegliere come piace a loro, l’immaginazione è sgomenta di fronte allo spaventoso numero di re condannati a morire senza aver regnato.

Beh, che dire: la nostra nazione, come la maggior parte delle democrazie occidentali, è uno sterminato cimitero di re che sono morti senza aver regnato neppure un giorno. Morti che peraltro tentano fino alla fine, in base ai loro sogni in piedi, di mandare a governare sempre più persone nella speranza che prima o poi, possibilmente qualche anno prima di morire, tocchi a loro la straordinaria avventura di essere sovrani di sé stessi. Democratici: auguri, tanti.

Un po’ di Marx… di un certo Marx

Che in gioco non ci sia Marx in quanto tale ma sempre un certo Marx è qualcosa di ricorrente e, in fondo, scontato. È la storia stessa, se vogliano, del marxismo, nei suoi allontanamenti e nelle sue impotenze storiche e politiche. Fino al crollo dei regimi che a esso si rifacevano. Ma si può applicare anche a Marx una stessa condizione di eccentricità, di fuori sesto, nei confronti del proprio dettato?
Pier Aldo Rovatti è tornato sull’argomento in questo intervento.
Ne discuto la tesi di fondo su “Avvenire” del 22 maggio 2018.