Storia nazionale e storia universale

Intanto la distinzione che leggo è quella di Jacob Burckhardt nelle sue Weltgeschichtliche Betrachtungen (1868-1873), tradotte da Mazzino Montinari per la collana di Giorgio Colli «Enciclopedia di autori classici», come Sullo studio della storia:

Lo studio più autentico della storia nazionale sarà quello che consideri la patria parallelamente e in correlazione con la storia universale e le sue leggi, come parte della grande totalità del mondo, illuminata dalle stesse stelle che hanno rischiarato anche altre epoche e popoli e minacciata dagli stessi precipizi, e destinata a scomparire nella stessa notte eterna e alla stessa continuità nella grande tradizione universale. [p. 27]

Cosa è venuto meno? Cosa si è cancellato definitivamente dal nostro orizzonte, oggi? Cosa è irrecuperabile? Elenco:

  1. la correlazione con le leggi della storia universale, mancando infatti e le leggi e una storia universale cui applicarsi. Leggi, per altro mutevoli, oggi sono imputabili alla sola economia in forma di algoritmi e modellismo matematico;
  2. la totalità del mondo, a dispetto dell’incombere della mondializzazione, è cosa ben diversa da qualsiasi forma di globalizzazione che ne assume una solo in virtù della distruzione di tutte le altre possibili, e senza forma manca la totalità;
  3. la continuità della e nella grande tradizione universale, anch’essa impossibile non solo a realizzarsi ma financo a dirsi. Il mondo oggi manca di una tradizione universale, di più, può definirsi tale, mondo, solo nell’assenza voluta e perseguita di qualsiasi tradizione.

La notte eterna nella quale sono destinate a scomparire le storie locali/nazionali sono senza stelle e minacciate da abissi che non contemplano più alcuna continuità. Questo è il nichilismo di cui Burckhardt aveva solo un tenue sentore, trasferito alla sensibilità di un Nietzsche.

Se vale davvero la considerazione di Colli per il quale «il giudizio sulla vita, e in particolare sulla sua epoca, fu talmente negativo da spegnere in lui ogni sussulto di ribellione», allora Burckhardt è solo nostro fratello.

Gli anni passano i post no [9]

Ancora su Leo Strauss, in un post del 16 maggio del 2003:

Leo Strauss redivivus

Leo Strauss non è stato tirato in ballo solo in questa congiuntura ideologica, secondo la quale il neoconservatorismo statunitense si starebbe abbeverando a una fonte schiettamente reazionaria. Come spesso accade l’attualità di una discussione è solo l’emergere di qualcosa di più remoto. Un anticipo lo si potevaleggere in alcune pagine del Derrida di «Spettri di Marx», testo del 1993, che assegnavano a Francis Fukuyama e al suo libro sulla fine della storia l’eredità di Strauss (e di Allan Bloom).

L’accenno lo si trova a p. 75 (Cortina edizioni), quando Derrida stigmatizza il «discorso trionfante» della fine non solo «delle società costruite su modello marxista, ma la fine di tutta la tradizione marxista, anzi del riferimento all’opera di Marx, per non dire la fine della storia tout court. Tutto questo sarebbe infine giunto a termine nell’euforia della democrazia liberale e dell’economia di mercato».

Gli attuali neocons appartengono alla schiera di quegli euforici. La schiettezza di Derrida, non frequente nei suoi testi, qui è particolarmente apprezzabile, perché non è paludata dai sottili distinguo introdotti dai suffissi. Derrida sa bene qual è la posta in gioco, cosa si deve evitare: l’euforia della democrazia liberale, dell’economia di mercato come effetto del crollo del comunismo. Non attacca il neo-liberismo, per riservarsi l’uscita di sicurezza di poter figurare, magari in tempi successivi, come un sostenitore del liberalismo, del quale il neo-liberismo sarebbe solo la malattia infantile. E per questo motivo che Strauss appare come il mentore segreto, ma non poi tanto, di questi euforizzanti: essendo un sostenitore del liberalismo come tale va confutato e la sua influenza battuta sul campo, soprattutto ora che non c’è più il comunismo reale.