Heidegger a Marburgo… e non solo

Si tratta del corso del semestre invernale 1923-24, tenuto a Marburgo, nel quale Heidegger formula l’abbandono del metodo fenomenologico husserliano. Si tratta di una minuziosa discussione condotta sul filo del confronto con la tradizione cartesiana di cui Husserl sarebbe uno degli ultimi rappresentanti. Il taccuino della trascrizione dei corsi è in mano, tra gli altri, al giovane Herbert Marcuse.

Qui l’articolo apparso su “Avvenire” di ieri 2 novembre 2018.

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La destra rivoluzionaria e il mito della morte secondo Francesco Germinario

La mia recensione, su «Avvenire» di domenica 29 luglio, al bel libro di Francesco Germinario L’estremo sacrificio e la violenza. Il mito politico della morte nella destra rivoluzionaria del Novecento, Asterios.
Qui l’articolo.

I meriti di questo libro sono molto chiari: descrivere la complessità della cultura della destra rivoluzionaria; la necessità di non ridurla a ciò che viene sintetizzato in virtù e grazie alle necessità contingenti della lotta politica. La varietà dei miti coinvolti e la povertà del pensiero di sinistra quando si tratta di interpretarli è evidente. Prova ne è l’eterno caso Heidegger, nel quale il funzionamento a basso livello della polemica di fronte al riemergere del mito sotto la veste consolidata del tecnicismo filosofico estremamente raffinato di Heidegger prende le strade (cfr. De Monticelli) della vecchia accusa di sofismo. Cosa inadeguata a fornire qualsiasi chiarimento circa l’adesione heideggeriana al nazismo.
Riemerge la sottovalutazione weimeriana della forza del mito politico. La sufficienza con la quale viene relegato nei sottofondi della psiche, col risultato di alimentarne la forza.
Qua e là emerge nel libro di Germinario l’idea che anche il discorso razionale si perverta, in certe occasioni, e chieda di funzionare come mito politico senza esserlo.

Hobbes e un po’ di sovranità

Su Avvenire di oggi la mia recensione sulla riedizione del De Cive, di Thomas Hobbes, per i tipi di Aragno. Su questo libro, se qualcuno lo leggesse davvero, si verrebbe a sapere di alcuni interessanti questioni, come quella della famigerata sovranità. Dice il nostro che due regni, quello di Dio e quello degli uomini, sono troppi. Meglio uno e, guarda caso, quello proprio di coloro che hanno inaugurato la storia con Caino. Quello di Dio essendo troppo elevato e non rispondente alla materialità pesante dei caini. Ma, guarda caso, per esercitare la sua potenza il regno dei caini ha bisogno di modellarsi su quella di Dio. Bestemmia ovvia per qualsiasi ovvia teologia: Caino non può fregiarsi degli attributi della potenza divina. Ma è esattamente quello che Hobbes consiglia al modello di Stato moderno che da allora fino a noi ha funzionato alla perfezione. Oggi funziona meno per il semplice motivo che il pragmatico Hobbes, insieme alla bestemmia teologica, cercava anche di dire che due sovranità sono troppe; cosa di cui si sono dimenticati i moderni caini che, abbandonando il regno di Dio, hanno preso a moltiplicare e a far funzionare allo spasimo tutti gli altri con il risultato di imporre sulla testa dei sudditi una, due, tre sovranità. Anche perché, al di là del proceduralismo democratico che vorrebbe salvare l’apparenza della decisione condivisa (quasi mai ci riesce) la sovranità implica e comporta sempre un sovrano e un suddito.