La musica e l’islam secondo Henri Irénée Marrou

 

Per il grande storico francese la musica nell’islam è posta sotto il patronato di Iblis, l’angelo caduto, Satana. Questo, però, non implica necessariamente che tutta l’arte musicale, pur legata alla Potenza delle Tenebre, sia semplice peccato. Il problema sta nel fatto che è lo stesso Satana ad essere concepito in modo tale da risultare non dico simpatico ma a suo modo un modello di vita spirituale. Dice Marrou:

L’immagine di Satana è complessa: essa non si identifica, al modo dei manichei, con lo spirito del Male. Iblis è, senza dubbio, un dannato, un ribelle, ma il suo peccato è stato di farsi, contro Dio stesso, campione di Dio e dei suoi privilegi, rifiutando, unico tra gli Angeli, di prosternarsi al suo comando davanti alla bellezza della creatura e di adorare Adamo (il Corano ha inteso che parlasse di Adamo quel versetto di Ebr 1,6, che riguarda Cristo).

Nella pratica quotidiana l’islam e la cultura araba tratteranno con indulgenza la musica a patto però, ed è qui l’osservazione che può essere applicata ai giorni nostri, di non essere presa sul serio, di non avere alcun valore metafisico. La musica è espressione di futilità, pur sempre riprovevole, ma innocua ed è per questo che nell’islam si salva, relativamente ma si salva. Marrou continua raccontando di Mansur al-Hallaj (858-922):

Un giorno, mentre passavamo con lui per una delle stradine di Baghdad, udimmo, proveniente da dietro il muro di un giardino, il suono squisito di un flauto, così dolce che ci venivano agli occhi lacrime di commozione. E uno di noi disse: cos’è? E al-Hallaj rispose: è la voce di Satana che piange la perdita di questo mondo.

La nostra Sehnsucht romantica, la desolata nostalgia che sperimentiamo ascoltando la musica e che spesso chiamiamo piacere, ma piacere non è in senso stretto perché quasi sempre appare sotto l’ombra della perdita, perché essenzialmente ci ricorda il tempo, la sua fuga e la sua fine, è il segno, per l’islam, del nostro attaccamento al mondo. Se esso è destinato a passare, ed è inevitabilmente così anche per i moderni che differiscono questa consapevolezza senza poterla cancellare sotto gli orpelli dello stordimento, allora non è consentito all’uomo indugiarvi. Significherebbe distogliere, diabolicamente, il pensiero da ciò che solo è immutabile e permane, mentre la musica appare come quello che è sommamente e irrimediabilmente impermanente e dispersivo.

È certo però che l’islam attuale ha perso la finezza dei suoi migliori interpreti quando si scorda, in preda alla follia di questi giorni, di ricordarsi il Trattato d’Amore di Abenhazam l’Andaluso:

Rinfrescate le vostre anime in qualcosa di vano, affinché esso sia per loro un aiuto in ciò che è serio.

Le citazioni sono tratti da uno dei libri più belli di  Henri-Irénée Marrou, Il silenzio e la storia. Trattato della musica secondo lo spirito di sant’Agostino, Medusa, Milano 2007, p. 103-104.