Bettina Stangneth: la verità del male

La recensione al libro di Bettina Stangneth, La verità del male. Eichmann prima di Gerusalemme rimette in discussione la nota tesi di Hannah Arendt circa la «banalità del male». Il volume, pubblicato dalla LUISS University Press,  è la ricostruzione dettagliata della personalità di Eichmann, della sua vita in Argentina dopo il crollo della Germania nazista. Figura tutt’altro che “banale”, con una non comune capacità di manipolare la realtà, Eichmann è la miglior smentita alla fin troppo abusata formulazione della Arendt.

L’articolo è apparso su «Avvenire» del 20 luglio 2017.

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Ipotesi sul “dono”, uso e abuso

La grande ipotesi sulla natura del “dono”, formulata dal saggio di Marcel Mauss del 1923, è argomento ricorrente e quasi obbligato per la maggior parte dell’altermondialismo odierno. Esso si muove nella convinzione che l’economia di scambio debba essere sostituita da una del dono. Questo nella convinzione che le rigidità calcolanti della prima possano, e debbano, di un dovere etico di natura fondamentalmente totalitario, superarsi nella gratuità del dono e nella gestione extra-economica degli scambi che esso consente. 

Niente di più erroneo. Non solo a partire dall’ipotesi di Mauss, ma in tutta l’enorme discussione che ne è seguita, emerge la consapevolezza, spesso ben nascosta e dissimulata, che se c’è un’economia del dono questa non ha meno pretese e meno costrizioni di quella di scambio. Non si sfugge al vincolo, alla necessità degli scambi, ben regolati e se possibile, ben mediati. 

Di più, lo scambiarsi reciproco di vincoli costrittivi (l’obbligo di restituire un dono maggiore di quello ricevuto “in dono”) implica l’autotrascendimento di ogni scambio materiale che diventa così non un semplice passar di mano di merci e oggetti, ma lo stesso “passar di mano” in quanto tale è la posta in gioco. Se non sei in grado di restituire la sfida che ti è lanciata da quel “dono” non sei in difetto, non sei solo un “insolvente”, viene meno la tua natura di essere sociale, sei cancellato dal legame sociale, devi morire.

Le anime belle che preconizzano una società della gratuità come soluzione al mercimonio diffuso e pervasivo delle attuali società a economia di scambio non rilevano questo elemento costrittivo ed esaltano, al contrario, una libertà inesistente. Per fuggire al vincolo abnorme del mondo delle merci si infilano in quello, altrettanto necessitante e, direi, violentemente necessitante, del dono ingiustificato e ingiustificabile, come se quest’ultimo non fosse, al contrario, l’aspetto nascosto che sorregge proprio l’economia di scambio che si vorrebbe superare.

Il giudizio emotivo, morale ed etico, che l’ipotesi “dono” sembra gettare sul mondo così com’è si rivela come l’ultima e senile rivendicazione di un “altro” mondo, di un’“altra” realtà, della stessa natura del sogno derealizzante.

Non posso qui che accennare a come il dono alluda al tema dell’ospitalità senza contropartite che in questi anni viene considerata come una delle strade attraverso le quali scardinare l’egemonia dello scambio. Donando gratuitamente l’ospitalità, senza contropartite, si crede di introdurre una logica capace di superare l’economia stessa dello scambio. Le due illusioni unite sono quanto di più deleterio l’attuale temperie culturale riesca a formulare. Non osservandosi, appunto, quanto dell’economia del dono trasformatasi in economia dell’ospitalità riesca a distruggere la funzione stessa per la quale, sempre secondo Mauss, è stata creata, vale a dire la regolarità, ritmica e per quanto possibile armonica dello scambio sociale. L’introduzione di un elemento smisurato e incalcolabile, al solito, crea più problemi di quanto cerchi di risolverne.

Queste riflessioni provengono dalla lettura di alcune pagine finali del libro di Maurizio Cecchetti, Le valigie di Ingres. Congedi dall’ultimo secolo, con le quali sono in diretto dialogo.