Hobbes e un po’ di sovranità

Su Avvenire di oggi la mia recensione sulla riedizione del De Cive, di Thomas Hobbes, per i tipi di Aragno. Su questo libro, se qualcuno lo leggesse davvero, si verrebbe a sapere di alcuni interessanti questioni, come quella della famigerata sovranità. Dice il nostro che due regni, quello di Dio e quello degli uomini, sono troppi. Meglio uno e, guarda caso, quello proprio di coloro che hanno inaugurato la storia con Caino. Quello di Dio essendo troppo elevato e non rispondente alla materialità pesante dei caini. Ma, guarda caso, per esercitare la sua potenza il regno dei caini ha bisogno di modellarsi su quella di Dio. Bestemmia ovvia per qualsiasi ovvia teologia: Caino non può fregiarsi degli attributi della potenza divina. Ma è esattamente quello che Hobbes consiglia al modello di Stato moderno che da allora fino a noi ha funzionato alla perfezione. Oggi funziona meno per il semplice motivo che il pragmatico Hobbes, insieme alla bestemmia teologica, cercava anche di dire che due sovranità sono troppe; cosa di cui si sono dimenticati i moderni caini che, abbandonando il regno di Dio, hanno preso a moltiplicare e a far funzionare allo spasimo tutti gli altri con il risultato di imporre sulla testa dei sudditi una, due, tre sovranità. Anche perché, al di là del proceduralismo democratico che vorrebbe salvare l’apparenza della decisione condivisa (quasi mai ci riesce) la sovranità implica e comporta sempre un sovrano e un suddito.

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Lo straordinario calcolo di de Maistre

Una delle tante bizzarrie dell’attualità è la battaglia della sinistra contro il “sovranismo”, economico e politico. La sinistra, qualsiasi cosa indichi questa etichetta, usa argomenti che pescano dal repertorio dottrinale del costituzionalismo classico. Buffo che, in realtà, e con un po’ di cultura che alla sinistra pare non manchi mai ma che in realtà e ciò che ormai meno le appartiene, un divertente argomento contro il sovranismo lo troverebbe dal padre teorico di ogni reazione, Joseph de Maistre, savoiardo. Scrisse, tra le tante altre cose, un testo, De la souveraineté du peuple, largamente incompleto e mai pubblicato, tra il 1793 circa e il 1795. Sono gli anni in cui la pubblicistica francese è zeppa di libelli a favore delle nuove forme di governo che via via si costituzionalizzano nella Francia rivoluzionaria. Costretto all’esilio prima a Losanna e poi a San Pietroburgo de Maistre con Du Pape e le Soirée de Saint-Pétersbourg si guadagnò la fama di campione teorico della reazione.

Nel capitolo I del brogliaccio mai pubblicato, vi è una paginetta esilarante nel quale la perfidia dell’aristocratico sulla pretesa democratica di dare voce al popolo per il tramite della rappresentanza assume i toni della presa in giro. Eccola:

“Il popolo è sovrano” si dice; ma di chi? – Di sé stesso, a quanto pare. Il popolo è quindi soggetto. Vi è qui sicuramente un qualche equivoco, se non un errore, poiché il popolo che comanda non è il popolo che obbedisce. Basta dunque enunciare la proposizione generale: Il popolo è sovrano, per capire che tale proposizione ha bisogno di un commento. […] Il popolo, si dirà, esercita la sovranità per mezzo dei suoi Rappresentanti. Questo è già più chiaro. Il popolo è un sovrano che non può esercitare la sovranità. Soltanto ogni singolo individuo maschio di questo popolo ha il diritto di comandare a suo turno, per un determinato tempo: supponendo, per esempio, venticinque milioni di uomini in Francia e settecento deputati eleggibili ogni due anni, si capisce che se questi venticinque milioni di uomini fossero immortali, e se i deputati fossero nominati a turno, ogni francese si troverebbe periodicamente re ogni tremilacinquecento anni circa. Ma siccome in questo lasso di tempo capita che di tanto in tanto si muoia, e inoltre gli elettori sono padroni di scegliere come piace a loro, l’immaginazione è sgomenta di fronte allo spaventoso numero di re condannati a morire senza aver regnato.

Beh, che dire: la nostra nazione, come la maggior parte delle democrazie occidentali, è uno sterminato cimitero di re che sono morti senza aver regnato neppure un giorno. Morti che peraltro tentano fino alla fine, in base ai loro sogni in piedi, di mandare a governare sempre più persone nella speranza che prima o poi, possibilmente qualche anno prima di morire, tocchi a loro la straordinaria avventura di essere sovrani di sé stessi. Democratici: auguri, tanti.

Un po’ di Marx… di un certo Marx

Che in gioco non ci sia Marx in quanto tale ma sempre un certo Marx è qualcosa di ricorrente e, in fondo, scontato. È la storia stessa, se vogliano, del marxismo, nei suoi allontanamenti e nelle sue impotenze storiche e politiche. Fino al crollo dei regimi che a esso si rifacevano. Ma si può applicare anche a Marx una stessa condizione di eccentricità, di fuori sesto, nei confronti del proprio dettato?
Pier Aldo Rovatti è tornato sull’argomento in questo intervento.
Ne discuto la tesi di fondo su “Avvenire” del 22 maggio 2018.

Qualcosa su una piccola cosa di Marx

Il comunismo è stato il trucco meglio riuscito della borghesia per fottere il proletariato.

Marx è certamente il maggior responsabile della truffa. Gli altri (se ne può leggere l’elenco nel capitolo III del Manifesto) si erano più o meno avvicinati allo scopo, ma il colpo di grazia è stato il suo. La prova è il famoso “elogio della borghesia” che percorre quasi tutto il Manifesto, dall’inizio alla fine. Si tratta di un vero e proprio colpo da maestro, un colpo di teatro, reso possibile dall’uso spregiudicato della dialettica hegeliana, usata come strumento di capovolgimento della realtà. Dal momento che è Marx stesso a presentarsi come vero “realizzatore” della dialettica, occorrerebbe accertarsi se il capovolgimento di cui vuol farsi promotore non intacchi in profondità il funzionamento stesso della dialettica, quantomeno in relazione ai suoi esiti, voluti o imprevedibili. Credo che solo indagando in cosa davvero consista questo salto mortale e se davvero sia tale è possibile risalire alle vere intenzioni di Marx.

Il significato del riconoscimento del ruolo rivoluzionario della borghesia in un pensiero che si propone di distruggere il dominio della borghesia stessa non è effetto non voluto di un paradosso accidentale. La borghesia non è storicamente superabile: questo ci dice l’“elogio”. Il suo mondo non può essere cancellato o distrutto se coloro che sono chiamati, per condizione materiale o per scelta, a farlo devono riconoscere previamente l’assoluta legittimità della sua funzione storica. Se la borghesia è stata in grado di forgiare questo mondo, se lo ha plasmato a sua immagine e somiglianza è perché la Storia era dalla sua parte, o meglio, la borghesia è la Storia in quanto tale.

Cosa vuol dire, infatti, che la Storia è Storia della lotta di classe se non che la Storia è di chi questa lotta la vince? Non solo, ma se per vincere il proletariato deve diventare la forza che oggi è la borghesia allora il proletariato nella sua azione sarebbe chiamato a realizzare la semplice sostituzione di una classe con l’altra. E questo non solo per un periodo transitorio, ma come condizione di un potere definitivo, perché il proletariato non farebbe che reimpersonare la forza della borghesia, rimasta intatta nel suo stesso svolgersi, e nello stesso tempo esercitando con gli stessi strumenti lo stesso potere. Lo Stato, innanzitutto, la cui abolizione doveva essere una delle prestazioni storiche del proletariato, diventa una funzione fondamentale per l’esercizio del suo potere, sia come luogo della conquista del potere e, subito dopo, come strumento del suo esercitarsi. L’al di là temporale in cui è finita per porsi la sua abolizione diventa una difficilissima, anzi, un’impossibile, realizzazione.

In un modo o nell’altro il proletariato è condannato: o perché subirà in eterno il potere della borghesia o perché, nel caso riuscisse a sostituirsi ad essa nel governo delle cose, lo farebbe con e nella stessa logica della borghesia, i cui pregi, quanto a capacità di rimodellare e dominare il mondo, sono insuperabili. Tanto che a ogni capitolo dell’elogio della borghesia corrisponde un altrettanto articolato elenco della cose che deve fare il proletariato per emulare la stessa capacità distruttiva messa all’opera dalla borghesia

La logica di questa distinzione domina ancora il pensiero politico e il modo stesso con cui la discussione pubblica affronta il senso e la direzione dell’agire politico. Certo, il proletariato non viene più chiamato alla rivoluzione, ma solo perché risulta evidente, ora, che la rivoluzione è fatta meglio dalla borghesia. Ma la borghesia ha posto direttamente nelle braccia del proletariato una parte del suo compito; anzi, quando può ne usa la forza e ne eterodirige le realizzazioni. Si sono divisi i compiti, in un gioco delle parti che vede vincente, per diritto di primogenitura, la classe che ha iniziato il gioco. La sostenibilità o la caratterizzazione stessa dell’azione politica, di ogni agire politico, è sempre posta in relazione a come e dove essa realizzi una maggiore o minore vicinanza con il proletariato, inteso però come la classe che può meglio portare a termine ciò che non è riuscito realizzare alla borghesia.

Si definisce il posizionamento stesso di ogni forza politica solo in riferimento a questo discrimine: da sinistra a destra, sempre più a destra se si è più lontani dal proletariato. Solo che è un proletariato svuotato di ogni connotazione concreta, di ogni costituzione materiale. È un proletariato fittizio, virtuale, è pura immagine vuota di contenuto, pura rappresentanza, sia che ci si avvicini (a sinistra), sia che ci si allontani (a destra).

Meglio ancora: il proletariato è la rivoluzione, è la capacità di rinnovamento, di innovazione sociale che inizialmente faceva capo alla borghesia e che si è traslata alla nuova classe sociale; il cui senso però continua ancora a far capo alla borghesia che ne indirizza gli scopi e le finalità per il tramite del ceto intellettuale che dirige la forza del proletariato. La retorica antispontaneista che di solito imbriglia la forze della classe ogni volta che fa capolino nei diversi segmenti storici è finalizzata al mantenimento di questa capacità di direzione da parte della frazione della classe borghese che, con lungimiranza, sa che la propria eternizzazione può avvenire solo per il tramite della classe che sembra più radicalmente intenzionata a distruggerla.

È per questo che tutte le richieste che pure non riguardano direttamente le condizioni materiali dei proletari vengono considerate “di sinistra”, perché esse rappresentano quella funzione latamente e largamente rivoluzionaria che è stata prima di tutto della borghesia.

Non bisogna affatto sottovalutare il ruolo di primogenitura della borghesia rivoluzionaria attribuitogli da Marx: è fondamentale nel processo di costituzione della forza inarrestabile della modernità. Lo sviluppo della borghesia, del suo mondo capitalistico, non è certo svenduto per un piatto di lenticchie al proletariato cosiddetto rivoluzionario. A garantire il passaggio di consegne è il ceto intellettuale, che ricopre la funzione di mallevadore di entrambe le forze sociali. La borghesia rivoluzionaria garantisce la riuscita della propria rivoluzione, della sua continuità, direi della sua stessa eternità, passando al proletariato, per il tramite degli intellettuali, gli strumenti di lotta. Giuridici, economici, ideologici.

In questa prospettiva, e solo in questa, il proletariato, massime se rivoluzionario, non potrà che continuare la rivoluzione della borghesia e del mondo moderno. Portando a compimento ciò che la borghesia non è stata capace, per i suoi limiti, di portare a termine. Anche perché la condizione di sviluppo del Capitale non prevede alcun termine, ma solo l’infinito di una processualità che confonde progresso con miglioramento dell’uomo e del mondo (Marrou, sant’Agostino), trascinandoli insieme nel vortice insensato della propria valorizzazione.

La sua descrizione del mondo moderno è drammaticamente cupa. Fosche sono le “previsioni economiche”, se non intervenisse il proletariato a smentirle e, di conseguenza, a salvare il mondo della borghesia. Il mondo inglese della rivoluzione industriale è tratteggiato è un mondo infero, dove regna la rapina, la truffa, dove pirati sui mari e grassatori sulla terraferma si spartiscono le spoglie di bambini e donne, dei loro corpi macilenti e prostituiti. Non c’è alcuna redenzione e la prospettiva del comunismo si sposta in un aldilà terreno indefinibile che se anche si dovesse realizzare nulla potrebbe salvare e redimere di ciò che ha prodotto la premessa necessaria, cioè la borghesia stessa da cui tutto dipende.

Perché anche questo va ricordato di quello sciagurato ma così significativo “elogio della borghesia”, e cioè il fatto di essere l’elogio di una necessità. Non è, infatti, un elogio morale, questa è un’ipocrisia che Marx ci risparmia ed forse ciò che davvero gli ha attirato le ire dei liberali, vale a dire di non aver coperto con la foglia di fico di una qualche morale il processo di spoliazione dell’umanità coinvolta nel violento processo di accumulazione originaria del capitale. Un elogio “oggettivo”, quindi, che riconosce alla borghesia il merito di muovere il mondo in un turbine infinito, e al proletariato quello di portarne a termine il programma.

«Alles Ständische und Stehende verdampft, alles Heilege wird entweiht, und die Menschen sind endlich gezwungen, ihre Lebensstellung, ihre gegenseitigen Beziehungen mit nüchternen Augen anzusehen» [Tutto ciò che è istituito, tutto ciò che sta in piedi evapora, tutto ciò che è sacro viene sconsacrato, e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con sobrietà il loro posto nella vita, i loro rapporti reciproci. Manifesto del partito comunista, trad. di Lucio Caracciolo] Preferisco la traduzione presente nel libro di Marshall Berman, L’esperienza della modernità: «Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria».