Gli anni passano i post no [10]

Ancora su Leo Strauss, in un post del 16 maggio del 2003:

Leo Strauss redivivus

Leo Strauss non è stato tirato in ballo solo in questa congiuntura ideologica, secondo la quale il neoconservatorismo statunitense si starebbe abbeverando a una fonte schiettamente reazionaria. Come spesso accade l’attualità di una discussione è solo l’emergere di qualcosa di più remoto. Un anticipo lo si potevaleggere in alcune pagine del Derrida di «Spettri di Marx», testo del 1993, che assegnavano a Francis Fukuyama e al suo libro sulla fine della storia l’eredità di Strauss (e di Allan Bloom).

L’accenno lo si trova a p. 75 (Cortina edizioni), quando Derrida stigmatizza il «discorso trionfante» della fine non solo «delle società costruite su modello marxista, ma la fine di tutta la tradizione marxista, anzi del riferimento all’opera di Marx, per non dire la fine della storia tout court. Tutto questo sarebbe infine giunto a termine nell’euforia della democrazia liberale e dell’economia di mercato».

Gli attuali neocons appartengono alla schiera di quegli euforici. La schiettezza di Derrida, non frequente nei suoi testi, qui è particolarmente apprezzabile, perché non è paludata dai sottili distinguo introdotti dai suffissi. Derrida sa bene qual è la posta in gioco, cosa si deve evitare: l’euforia della democrazia liberale, dell’economia di mercato come effetto del crollo del comunismo. Non attacca il neo-liberismo, per riservarsi l’uscita di sicurezza di poter figurare, magari in tempi successivi, come un sostenitore del liberalismo, del quale il neo-liberismo sarebbe solo la malattia infantile. E per questo motivo che Strauss appare come il mentore segreto, ma non poi tanto, di questi euforizzanti: essendo un sostenitore del liberalismo come tale va confutato e la sua influenza battuta sul campo, soprattutto ora che non c’è più il comunismo reale.

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Gli anni passano i post no [8]

Solo sei anni fa.

2010-01-09 18:07:28

Paura del diverso?

Rimbomba il mantra dei nostri giorni: si ha paura di chi non ci assomiglia e a causa di questa paura allontaniamo gli altri, li rifiutiamo, cerchiamo di cacciarli via. Una tesi del genere, facile, presuppone un’altrettanto facile immagine di noi stessi. Saremmo una sorta di computer in grado di scansire noi stessi e gli altri, sovrapporre la loro alla nostra immagine e tagliuzzare tutto ciò che non rientra nei bordi della nostra immagine (ciò che di loro non coincide perché è dentro i confini della nostra figura è già assorbito e come diversità è di fatto già negata). Non può andare in questo modo.

Gli anni passano i post no [7]

Il potenziale terroristico della religione? O del machiavellismo trasformato in religione? Mi sembra di una certa attualità, soprattutto per coloro che addossano alla sola religione questo potenziale dimenticandosi del processo iniziato, secondo Leo Strauss, proprio da Spinoza di abbassamento della religione e innalzamento della religione senza dio che è la politica al di là del bene e del male.

2004-03-14 07:35:00
Al di là del bene e del male: Dio

È Leo Strauss a descrivere con precisione la commistione di machiavellismo e teologia inaugurata da Spinoza. Gli effetti di questa mescola sono tuttora visibili e attivi in più di un problema del nostro tempo.

Nella citazione che segue, tratta dalla “Prefazione alla critica spinoziana della religione”, Strauss non scioglie il nodo costituito dall’innalzamento del machiavellismo al teologico, ma è difficile non intravedere il potenziale terroristico della deriva spinoziana. Il terrorismo è teologico, ma non per il motivo banalmente laico che si commettono crimini “anche” in nome di Dio, ma perché l’esercizio di un potere al di là del bene e del male che l’azione terroristica richiama più o meno esplicitamente, è connaturato a un pensiero che abolisce l’idea di un Dio che ha creato il mondo che governa sub ratione boni.

«Spinoza respinge sia l’idealismo greco che lo spiritualismo cristiano. Il Dio biblico forma la luce e crea l’oscurità, fa la pace e crea il male; il Dio di Spinoza è semplicemente al di là del bene e del male. Il potere di Dio è il suo diritto, e perciò il potere di ogni essere è, come tale, il suo diritto; Spinoza innalza il machiavellismo ad altezze teologiche. Buono o cattivo differiscono solo da un punto di vista umano; teologicamente la distinzione è senza senso. Le passioni cattive sono tali solo se si considera l’utilità umana; di per sé dimostrano il potere e il diritto di Dio non meno di altre cose che ammiriamo e che ci deliziano quando le contempliamo. Nello stato di natura, cioè indipendente da convenzioni umane, non vi è nulla di giusto od ingiusto, nessun dovere o colpa, e lo stato di natura non svanisce semplicemente quando si stabilisce la società civile: le pene della coscienza non sono altro che sensazioni di dispiacere che sorgono quando qualcosa va male. Non esistono quindi vestigia della giustizia divina da scoprire se non dove regnano uomini giusti. Tutti gli atti umani sono modi dell’unico Dio che possiede infiniti attributi, ciascuno dei quali è infinito e di cui ne conosciamo soltanto due; è perciò un Dio misterioso, il cui amore misterioso si rivela nel produrre eternamente e necessariamente amore e odio, nobiltà e bassezza, santità e depravazione, e che è infinitamente amabile non malgrado, ma a causa del suo infinito potere al di là del bene e del male».

L. Strauss, “Prefazione alla critica spinoziana della religione”, in Liberalismo antico e moderno, Giuffrè, Milano 1973, pp. 301-302.

Gli anni passano i post no [6]

2004-11-14 21:32:00

Continuare una discussione forse mai iniziata

È Claudio d’Ettorre a riprendere il discorso sull’opera di Giorgio Cesarano. Lo fa con un saggio completo ed esauriente, leggibile su Il Covile (meriterebbe comunque un editore) grazie al lavoro di impaginazione di Stefano Borselli.

I problemi sollevati sono tantissimi e, a dispetto dell’apparente inattualità del suo pensiero (perché di pensiero si tratta e non di pubblicistica politica), tutti gravanti sul nostro presente.

Cerco di iniziare un percorso pubblico, per quanto lo consente un blog discontinuo come il mio, di discussione non tanto e non solo sulla vicenda umana e intellettuale di Giorgio Cesarano, ma anche su ciò che ha significato e comporta il suo oblio, la mancanza di riprese e di eredità manifeste in un panorama, quello filosofico italiano, lontano anni luce da qualsiasi tentativo di formulare un pensiero radicale. Dove qui per radicale si intende la pretesa, almeno, di occuparsi dei nodi ereditati dal Novecento senza tentare di scioglierli allo stesso modo.

Gli anni passano i post no [5]

2004-02-16 07:38:00

Processus come progresso

Se per Bayle lo scandalo Spinoza stava tutto in quel suo ridurre Dio a sostanza; se per Lowith questo comporta la presa d’atto dell’inesistenza divina; per Leo Strauss Spinoza ricorda addirittura il neoplatonismo: «vede tutte le cose derivare, non essere fatte o create, da un unico essere od origine; l’Uno è la sola base della molteplicità». E i modi non eterni della sostanza devono intendersi sub specie aeternitatis. Molte cose, da allora, verranno lette sub specie aeternitatis pur non essendo altro che modi non eterni della sostanza! La classe, la razza, il processo storico, i popoli, le civiltà…

Leo Strauss è citato da Liberalismo antico e moderno, Giuffrè, Milano 1968, p. 299, dal saggio “Critica spinoziana della religione”, un’ampia disamina dei problemi filosofici dell’ebraismo e del fallimento del liberalismo nella soluzione del problema ebraico.

Gli anni passano i post no [4]

2003-05-23 02:22:00

Addendum a un perché

Ho scritto che l’«altro» non conosce il relativo, perché se si pensasse nella dimensione della relazione sarebbe il «medesimo», non ci sarebbe altro che una variazione dello stesso. Sarebbe moderno.
Il post-moderno lo è stato, ma la sua spinta è sul punto di esaurirsi, il tentativo di mantenere l’«altro» nell’ordine della variazione del «medesimo» si è esaurito. Ora non è più in grado di mantenere questo programma.

Cosa fa problema in quello che scrivevo? Se l’altro occupasse lo spazio del relativo, vale a dire della relazione, il discorso moderno non tollererebbe alcuna dissimmetria; ogni relazione dovrebbe essere una relazione tra medesimi, quindi tra degli stessi e non tra uno stesso e un altro. L’unico che ci ha visto lungo è stato Lévinas che, infatti, introduce una dissimmetria radicale a vantaggio dell’altro e ai danni dello stesso: lo stesso deve farsi invadere dall’altro, deve cedergli sovranità. In ogni caso, anche la soluzione levinassiana, non riesce a superare la dissimmetria e il rapporto di potere in cui è calata la storia del medesimo e dell’altro. Oggi la si nega e, sulla base di una dialettica da rotocalco o da quotidiano, fate voi, la relazione tra l’io e l’altro è pensata come il tentativo riuscito di abolire le differenze.

Gli anni passano i post no [3]

2003-05-22 01:25:00

Neo ci sta… ma perché «cons»?

La filiazione che alla fine si è imposta è quella da Leo Strauss. Se il suffisso ha un senso, allora è lui il conservatore del quale i neo sono la riproposizione aggiornata. Lo sono grazie a un punto essenziale della sua filosofia: l’antistoricismo. Strauss ha denunciato l’esito dogmatico dell’assolutizzazione di ciò che è più relativo, la storia, e il moderno è proprio questa assolutizzazione «metafisica» della storia. Ma come può la verità diventare una semplice funzione della successione temporale senza negarsi? Come si può essere convinti dell’assolutezza del proprio fondamento, storico, e, nello stesso tempo, evitare di cadere in un relativismo così assoluto da dissolvere la realtà in un inarrestabile conflitto di valori il cui esito è deciso solo da un destino pressoché insondabile?

La posizione di Strauss, che sintetizzo da alcune note introduttive di Roberto Esposito al carteggio tra Strauss e Karl Löwith [Dialogo sulla modernità, Donzelli, 1994] non può non aver avuto conseguenze politiche sui suoi allievi. E per quanto il suo insegnamento abbia raramente rese esplicite le proprie intenzioni teoretiche, non è stato difficile trarre conclusioni politiche, assolutamente legittime, in senso «conservatore». Va da sé che qui il termine non può limitarsi ad avere le connotazioni fin troppo corrive che noi gli attribuiamo. Non è tanto la resistenza al «progresso» ad essere conservatrice, quanto la consapevolezza che il conflitto di valori all’interno della nostra civiltà, così come quello tra civiltà diverse, non può risolversi nella semplice accettazione del giudizio che il fato riserverà all’uno o all’altro dei contendenti. Aver posto il problema della storia, magari assolutizzandola, come ha fatto la modernità occidentale, implica riaffermare la necessità di un punto di vista metastorico, pena l’autocontraddittorietà e l’autodistruzione della modernità stessa.

Cosa che puntualmente i neocon hanno riscontrato nell’attuale situazione mondiale. Il programma neoconservative, se c’è un programma, è relativo all’individuazione di un punto di vista metastorico che arresti l’esito nichilista della nozione di progresso. Riaffermare il valore assoluto della democrazia, la sua esportabilità, ad esempio, obbliga il progressismo a prendersi sul serio e ad accettare la propria espansione inarrestabile, o a retrocedere fino a diventare una delle tante opzioni possibili tra quelle che il mondo propone. Se accetta di ritrarsi il progressismo nega sé stesso e si cancella consegnandosi, che so, alla predominanza dei fondamentalismi che legge come se fossero passati anch’essi nel fuoco dello storicismo assoluto e invece sono solo sulla soglia, quando ci sono. Ma accettando incondizionatamente l’altro, quest’ultimo, che non conosce il relativo, non può che sommergerlo senza salvarlo. I neocon in questo modo cercano di uscire dal post-moderno.