Jacques-Bénigne Bossuet (1627-1704)

Cristiano, ascolta: non essere superbo; non fare la tua volontà, non attribuirti nulla: tu sei il discepolo di Gesù, che fa solo la volontà del Padre, che gli dà tutto e gli attribuisce tutto ciò che Egli fa. […]

Non glorificarti da solo, perché tutto ciò che tu attribuisci a tuo merito nelle opere buone, lo togli a Dio, che ne è l’autore; e tu ti metti al Suo posto.

Non c’è spazio per gli equivoci in questa breve citazione dal Traité de la concupiscence del grande oratore francese. La vera superbia, per il cristiano, è attribuirsi tutto il bene possibile. Soprattutto il merito di tutto ciò che migliora il mondo – ammesso che migliori e che il mondo possa migliorare nella sua configurazione complessiva e non solo in poche e relative porzioni della sua estensione.

Se poi si aggiunge che nella contemporaneità non si capisce cosa siano le “opere buone” e che ciò che oggi si presenta come tale, cioè buono, domani si rivelerà come il suo contrario, ci si avvede immediatamente dell’impossibile identificazione dell’agire del cristiano con quello di coloro che vogliono migliorare il mondo. Che motivo c’è di gloriarsi per il bene che si fa quando non si sa neppure se sia bene?

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La morte di Paolo Boscoli

Raccontata da Luca Della Robbia (1484-1519), fiorentino, filologo ed erudito. Nel 1512 Pietro Paolo Boscolo e Agostino Capponi ordirono una congiura contro i Medici. Fu coinvolto anche Machiavelli che venne liberato. Il Della Robbia seguì l’amico al Bargello, le carceri fiorentine, e l’accompagnò fino all’esecuzione che  descrisse nella Recitazione del caso….

Il Breviario del 21 febbraio ne riporta la parte finale dove la decapitazione è descritta in parole così vivide e intense che qualsiasi rappresentazione moderna e contemporanea, appare davvero per quella che è, un pallido riflesso edulcorato e falso della realtà.

Partecipare la morte dell’altro con gli strumenti rutilanti ed estremi del cinema contemporaneo, con i suoi effetti tecnologici e digitali, equivale ad allontanarsene, a porre la distanza sufficiente a cauterizzare definitivamente il significato della morte e a cancellarne le tracce nella coscienza della comunità.

Avanti che fusse posto in sul ceppo, così dinanzi a esso fermo ritto […] E posesi giù, e il manigoldo, dandogli brevissimo spazio, di netto gli levò il capo, che così tagliato, per alquanto, menò la bocca. Di poi venne Agostino, che gagliardamente si raccomandava, e animosamente si condusse a quel punto; a il quale il manigoldo in due tratti gli levò il capo. Allora quelli della Compagnia presono il corpo del Boscolo: che pareva quella testa un angioletto, e ritenea anche morto un certo decoro.

Da: Luca Della Robbia, La morte di Pietro Paolo Boscoli, a cura di Riccardo Bacchelli, Le Monnier, Firenze 1943.

Credere

So bene che i primi cristiani non difesero la propria causa; che resero testimonianza non della propria innocenza, ma della propria fede.

È una considerazione di Montesquieu (1689-1755) che il Breviario del 20 febbraio, sono in ritardo di due giorni, ricava dai Cahiers nell’edizione del 1941 di Grasset.

L’autore delle Lettere persiane, satira dei costumi della Reggenza, e dello Spirito delle leggi, sottolinea, quasi distratto, un tratto essenziale della fede cristiana. Non solo l’innocenza dalle accuse mosse per giustificare le persecuzioni non merita di essere provata, ma addirittura la testimonianza è relativa alla sola propria fede. Questo tratto, secondo Montesquieu, ha permesso agli imperatori romani di fare ciò che volevano dei cristiani, quasi senza vederli, furono solo una “buona occasione per compiere mille ingiustizie e dar retta a mille delazioni”.

Esortare alla penitenza

È il Machiavelli a farlo nel Breviario del 19 febbraio, con argomenti omiletici inaspettati.

E pertanto la penitenzia unico rimedio a cancellare tutti i mali, tutti gli errori degli uomini; i quali, ancora che sieno molti e in molti e varii modi si commettino, non di meno si possono largo modo in due parti dividere: l’uno è essere ingrato a Dio, l’altro essere nimico al prossimo.

Da: N. Machiavelli, Opere, a cura di A. Panella, vol. II, Rizzoli, Milano 1938.

Chi scende all’Inferno?

Cristo. La discesa di Cristo all’inferno è una delle due poesie di Rainer Maria Rilke che il Breviario di oggi offre ai suoi lettori.

Dopo la descrizione della discesa, abbastanza rutilante e per certi versi barocca, gli ultimi quattro versi, a mio parere, riposano nella contemplazione:

sulla torre eccelsa

del suo soffrire. Egli avanzò. Tornato

Senza respiro stiè: su quella vetta,

Senza ringhiera. Ed in possesso, alfine,

D’ogni Dolore, assortamente, tacque.

Da: R.M. Rilke, Liriche e prose, a cura di Vincenzo Errante, Sansoni, Firenze 1951.

Un Faust minore

È quello scritto da Nikolaus Lenau (1802-1850), ungherese, che occupa le pagine del 17 febbraio del Breviario dei laici. Letterato partecipe della rinascita della borghesia viennese che produsse il 1848, a cui non partecipò perché già ricoverato in una casa di cura. La sua poetica è quasi leopardiana.

Vengon, cantando, per le vie del bosco.

Ascolta! Oh, come nelle chiare note

De’ bimbi arride il senso della vita,

E il senso della morte nelle gravi

Voci de’ vecchi piange! Ascolta!

Da: Nicolaus Lenau, Faust, riduzione in versi di Vincenzo Errante, Casa Editrice Italiana, Roma 1919.

Nel chiostro

Sì come nubi, sì come cantici

Fuggon l’etadi brevi de gli uomini:

Dinanzi da gli occhi smarriti,

Ombra informe, che vuol l’infinito?

Scritta su un quaderno di una delle amiche di Giosue Carducci, la poesia che il Breviario dei laici propone per il 16 febbraio, cito gli ultimi versi, è un per certi versi brusco richiamo all’irrompere dell’infinito. Il chiostro è quello della Basilica del Santo a Padova.

Da: Giosue Carducci, Poesie, Zanichelli, Bologna 1913.